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Una "folle storia" dell'arte

Vincent Van Gogh è il ‘genio folle’ per eccellenza: ammirato, acclamato ed amato solo ben dopo la sua morte. Ha vissuto un’esistenza densa di tormento che lo ha portato a commettere suicidio: questo terribile evento è tra i più famosi nella storia dell’arte. È risaputo che l’artista soffrisse di violente crisi e proprio durante una di queste l’artista si mutilò un orecchio. Si dice fosse malato di mente, tanto che si ritrovò rinchiuso in manicomio; tuttavia, questa malattia mentale non è stata identificata nello specifico. Questo articolo nasce con l’intenzione di voler approfondire la questione. 

Dalla morte di Van Gogh si sono susseguiti numerosi dibattiti in merito al suo stato di salute mentale, nel tentativo di diagnosticare la malattia che affliggeva il pittore, tanto che nel 2016 il Van Gogh Museum di Amsterdam ha organizzato un incontro fra medici e storici dell’arte per trovare delle risposte. Il metodo impiegato si è basato sullo studio, operato da esperti del settore, delle oltre novecento lettere del pittore, prendendo anche in considerazione le molte speculazioni riguardanti la malattia di Van Gogh (Nolen 2018:37). Tra queste sono sorte ipotesi di schizofrenia, di depressione maniacale ed epilessia, di disturbo bipolare e malattie dovute all’assunzione di alcolici

Il mito del ‘genio folle’ deriva dalla corrispondenza fra arte e follia. Con la nascita dei discorsi psichiatrici in epoca moderna, il mito del ‘genio folle’ è stato studiato e ricostruito sovrapponendo la storia dell’arte alle psicologie della creatività. Van Gogh e la sua malattia hanno una stretta correlazione; infatti, i suoi disturbi spesso associati all’estro e alla sua personalità artistica, come accade anche per altri artisti come Frida Kahlo, Claude Monet e Antonio Ligabue. La malattia era infatti considerata una condizione normale in un artista e, di conseguenza, causa scatenante della sua creatività. 

Il filosofo e psichiatra Karl Jaspers ha dedotto che Van Gogh fosse schizofrenico (Pollock 1980:70). La sua diagnosi si basò in parte su un limitato numero di dipinti che aveva visto e, per la maggior parte, sulle lettere dell’artista. Jaspers tentò di dividere i lavori di Van Gogh in periodi stilistici, al fine di analizzare le caratteristiche di ciascuno stadio della sua produzione, e individuare una relazione tra i suoi cambiamenti di stile e i sintomi della schizofrenia (Pollock 1980:71). Vincent Van Gogh trascorse gli ultimi mesi di vita ad Auvers-sur-Oise, in Francia. In questo periodo sperimentò nuovi metodi di pittura e una diversa scelta di colori sulla sua tavolozza, il che fu per Jaspers un segnale di peggioramento della schizofrenia dell’artista. Questo elemento in particolare lo portò a collegare la produzione artistica alla malattia, la creatività alla psicosi. Nel 1932, però, Françoise Minkowska contestò la diagnosi di Jaspers, concludendo che Van Gogh fosse epilettico. Basandosi sui dipinti dell’artista, la Minkowska percepì dei simboli paralleli alla condizione epilettica. Ma a:differenza di Jaspers, lei non associò i cambiamenti stilistici dell’artista con la sua condizione psicologica. Anche i dottori Rey e Peyron, prima nell’ospedale di Arles e poi nella clinica di Saint Rémy, erano fermamente convinti che Van Gogh fosse epilettico. Dalle lettere di Vincent al fratello Theo si evince che le crisi fossero chiaramente terrificanti e disturbanti. L’artista apprese dai medici che non solo altre persone avevano provato esperienze simili alle sue, quali allucinazioni visive ed uditive, ma si erano anche autoinflitti delle ferite simili a quelle dell’artista. Un paziente epilettico si era perfino ferito l’orecchio (Pollock 1980:73-74) . 

Vincent van Gogh, Autoritratto con l'orecchio bendato, 1889, olio su tela, Courtauld Gallery, Londra.

La ricerca recentemente ha portato avanti la seguente diagnosi contemporanea. Vi sono due forme di epilessia: quella psico-motoria e quella sintomatica. Gli effetti sono simili: crisi periodiche ed intense della durata di qualche minuto, precedute da secondi o minuti durante i quali la percezione e le sensazioni potrebbero subire cambiamenti, e succedute da lunghi periodi di letargia ed esaurimento della durata massima di un mese, seguite da una completa ripresa (Pollock 1980:74). Alcuni sostengono che Van Gogh soffrisse di epilessia psico-motoria, probabilmente causata da un lieve danno cerebrale avuto alla nascita. Invece, Margaret Ochocki, nel suo saggio “Van Gogh: a Psychological Study”, sostiene che il pittore potrebbe aver sviluppato un’epilessia sintomatica dovuta all’assunzione di assenzio, che l’artista assaporò per la prima volta quando soggiornò ad Arles (1888-89) (Pollock 1980:74). Questa bevanda era molto in voga tra i bohémien e gli artisti. Nel 1868, infatti, il Times avvertiva i suoi lettori degli effetti deleteri della ‘fata verde’, tanto che fu anche coniato il termine ‘Absinthomania’. I sintomi riportati? Allucinazioni e insanità permanente (St. Clair 2017:219). La Ochochi fa notare che un’altra causa dell’epilessia di Van Gogh potrebbe anche essere stata l’assunzione di bromuro, molto in voga nel tardo XIX secolo, che sappiamo oggi essere una possibile causa scatenante degli attacchi epilettici. Il bromuro può accumularsi nel corpo e contribuire allo sviluppo di disturbi nervosi che si presentano alla fine del trattamento (Pollock 1980:74). 

È risaputo che uno dei colori prediletti da Van Gogh fosse il giallo cromo, colore che deve la sua origine alla scoperta, nel 1762, di un cristallo dal colore scarlatto-arancione nella miniera d’oro di Beresof in Siberia. Il minerale, ovvero la crocoite, (dal greco krókos che significa zafferano) è un cromato di piombo. Gli effetti del piombo sull’uomo sono deleteri e possono anche provocare un cambiamento della personalità (O' Malley 2020). Il chimico francese Nicolas Louis Vauquelin iniziò a lavorare sulla crocoite e presto scoprì che la pietra conteneva un nuovo metallo, che egli chiamò cromo, dalla parola greca che significa ‘colore’. Anche il verde era molto utilizzato nelle tele di Van Gogh; il colore a quel tempo, conteneva anche l’arsenico, il quale potrebbe essere una ulteriore causa dei problemi neurologici dell’artista. 

In conclusione, non è chiaro di che cosa soffrisse il pittore: probabilmente era affetto da più sindromi, le quali, tuttavia, non hanno fermato il suo spirito artistico e la sua creatività. 

Gaia Piccardi


Bibliografia 

- Nolen, W. A. 2018. ‘Vincent Van Gogh’s illnesses: results from an experts’ meeting’, in S-76, Symposium XXVI - Monet, Kahlo and Van Gogh, their art and mental illness. In Bipolar disorders – an international journal of psychiatry and neurosciences, Vol. 20, Issue S1, Wiley Online Library, p. 37. https://doi.org/10.1111/bdi.25_12616 
- O’Malley R., O’Malley G. F. 2020. Intossicazione da piombo (saturnismo), Manuale MSD. https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/traumi-avvelenamento/avvelenamento/intossicazione-da-piombo 
 - Pollock, G. 1980. Artist, Mythologies and Media – Genius, Madness and Art History, Screen, Vol. 21, Issue 3, p. 57-96. https://academic.oup.com/screen/article/21/3/57/1665839 
 - St. Clair, K. 2017. The Secret Lives of Color. New York, Penguin Books.

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