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La conservazione dei nastri magnetici

Dai primi decenni del secolo scorso si è assistito alla nascita e alla diffusione dei documenti audiovisivi. Questi sono definiti dall’Unesco come tutte le registrazioni di immagini in movimento, suoni, interviste, fonti orali, oltre ad opere di videoarte, programmi radiofonici e televisivi, memorizzate su varie tipologie di supporti, in diversi formati. Tra supporti audiovisivi, i nastri magnetici sono quelli la cui salvaguardia e conservazione è meno studiata, nonostante la loro grandissima diffusione (si stima che al mondo siano presenti più di cento milioni di ore di registrazione su nastro magnetico).

È importante sforzarsi di conservare supporti audiovisivi complessi e obsoleti come i nastri magnetici, poiché questi non solo documentano l’evoluzione delle tecnologie di registrazione audio e video, ma conservano anche testimonianze di eventi della nostra storia recente di grande valore storico e culturale. Gli archivi dedicati alla Resistenza presenti sul nostro territorio, ad esempio, conservano proprio su audio e videocassetta interviste a protagonisti della Seconda Guerra Mondiale, o testimonianze della vita quotidiana nella seconda metà del secolo scorso (Fig. 1, 2). Infine, il nastro magnetico è stato il medium che ha dato il via alla sperimentazione e creazione di opere di videoarte.

Fig. 1: Registrazione di un convegno dell’ANPI del 1981.
Istituto di Storia Contemporanea “P. A. Perretta”, Como.

Fig. 2: Nastri magnetici contenenti le registrazioni originali dell’allunaggio dell’Apollo 11, avvenuto il 20 luglio 1969,
messi all’asta da Sotheby’s in occasione dei 50 anni della missione NASA

I primi nastri magnetici come li conosciamo oggi vennero resi disponibili sul mercato in Germania negli anni ‘30, ma la loro popolarità crebbe durante il secondo dopoguerra, quando industrie americane come la Ampex svilupparono e standardizzarono questa tecnologia di registrazione. Tra gli anni ’40 e ’50 l’utilizzo di queste tecnologie era limitato all’interno di studi di registrazione. Nei decenni successivi, i supporti magnetici diventarono sempre più piccoli e di facile utilizzo, diffondendosi anche all’interno del mercato amatoriale (Fig. 3): ne è un esempio l’audiocassetta della Philips, resa ancora più popolare grazie all’introduzione del Walkman della Sony. A partire dagli anni ’70 fecero la loro comparsa le videocassette, di cui la VHS divenne la principale rappresentante. La registrazione di suoni, video e dati in formato sia analogico sia digitale su nastro magnetico venne utilizzata fino ai primi anni 2000, quando i Compact Disc e poi i DVD conquistarono il mercato.

Fig. 3: Con l’introduzione di tecnologie sempre più piccole e portatili,
i nastri magnetici divennero il mezzo di registrazione più popolare a partire dagli anni ’60.

I materiali che compongono la base dei nastri magnetici si sono evoluti nel corso del tempo. All’inizio veniva utilizzata una striscia di carta ricoperta di polvere magnetizzabile, poi si è passati all’acetato di cellulosa, chimicamente instabile, e infine a polimeri come il PVC e il PET. Al di sopra della base si trova uno strato detto di top coat, sul quale vengono registrate le informazioni, costituito da particelle magnetizzabili di diverso tipo: magnetite, gamma-ferrite o ossido di cromo, a seconda della casa produttrice e dell’anno di fabbricazione del supporto. Queste particelle sono tenute insieme da un legante polimerico, che è solitamente l’elemento più soggetto al degrado a causa di variazioni di temperatura e umidità relativa all’interno dell’ambiente di conservazione. Vi è poi anche un lubrificante, che ha il compito di ridurre al minimo la frizione tra il nastro e le testine di registrazione/riproduzione. Sul dorso del nastro è possibile trovare uno strato di back coat, composto da nerofumo, ossia particelle di carbonio (Fig. 4).

Fig. 4: Stratigrafia del nastro magnetico.

I nastri in acetato di cellulosa sono soggetti a una tipologia di degrado conosciuta come Vinegar Syndrome (Sindrome dell’aceto), causata dalla decomposizione dell’acetato in acido acetico in condizioni di elevati valori di temperatura e umidità relativa. Questa Sindrome porta all’arricciamento o al completo disfacimento del nastro ed è riconoscibile grazie all’odore di aceto che sprigiona il nastro stesso. I nastri in poliestere, invece, tendono a manifestare la Sticky-Shed Syndrome (Sindrome del nastro appiccicoso), la quale colpisce i leganti polimerici presenti sullo strato di top coat e porta al rilascio di residui appiccicosi che si distaccano dalla base e possono intaccare le guide del sistema di riproduzione (Fig. 5). Entrambi i processi di degrado appena descritti non sono reversibili ma solo rallentabili e possono portare alla perdita delle informazioni registrate.
Altre tipologie di degrado possono essere meccaniche, quali graffi e rotture del nastro causate da scarsa attenzione durante la manipolazione e la riproduzione del nastro, o biologiche, dovute alla proliferazione sul substrato di muffe e funghi.

Fig. 5: Audiocassetta che mostra segni di distacco di particelle magnetizzate dalla base,
probabilmente a causa della Sindrome del nastro appiccicoso.
Istituto di Storia Contemporanea “P. A. Perretta”, Como.

Il trattamento dei nastri magnetici risulta essere un argomento complesso a causa della grande varietà di materiali utilizzati nel tempo e della scarsa disponibilità di letteratura scientifica in merito. L’identificazione dei materiali che compongono i supporti è quindi la prima operazione utile da mettere in atto prima di procedere con qualunque tipo di manipolazione. Ad oggi, due sono le metodologie di restauro che vengono applicate: il trattamento termico, che consiste nel “cuocere” il nastro a 54 °C per un tempo che varia tra le 8 e le 32 ore, e la ri-lubrificazione della superficie magnetizzata con solventi siliconici o alcool isopropilico. Entrambe queste strategie sono però temporanee: il nastro torna nella sua condizione originaria per un tempo sufficiente a effettuare la digitalizzazione delle informazioni, dopodiché il degrado riprende il suo corso. Solo recentemente si è iniziato a effettuare delle analisi chimico-fisiche su campioni di nastro magnetico, con l’obiettivo di caratterizzare i nastri, individuandone la precisa composizione chimica, e studiare gli effetti che può causare il trattamento termico sui materiali. Vengono utilizzate diverse tecniche di analisi, tra cui la spettroscopia FTIR, per evidenziare la struttura polimerica dei nastri, e la microscopia elettronica ESEM, per avere informazioni morfologiche e composizionali della superficie del nastro.

Data la varietà di materiali che compongono i diversi nastri, non è corretto prevedere un unico trattamento per tutti i supporti magnetici. Sarebbe quindi buona norma analizzare attentamente la composizione dei nastri prima di applicare qualunque strategia di restauro. Poiché questa pratica non è attuabile a tutti gli archivi, al momento la conservazione a lungo termine dei supporti audiovisivi può essere garantita solo se questi vengono custoditi in ambienti controllati: si raccomanda di mantenere i nastri magnetici a temperature comprese tra gli 8 °C e i 20 °C e ad un’umidità relativa compresa tra il 30% e il 50%. Fondamentale è anche la corretta manipolazione dei supporti e il mantenimento dei sistemi di riproduzione necessari a visualizzare le informazioni registrate sui nastri.



Bibliografia:
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- Edmondson Ray, Audiovisual Archiving: philosophy and principles, UNESCO, Paris, 2016
- IASA Technical Committee, Handling and Storage of Audio and Video Carriers, IASA – International Association of Sound and Audiovisual Archives, London, 2014.
- Museum of Obsolete Media https://obsoletemedia.org/
- Verteramo Roberta, The age of plastic: beni artistici e industriali, collana i Talenti, Saonara, Padova, Il Prato, 2013.
- 27 ottobre - Giornata Mondiale del Patrimonio Audiovisivo
http://www.researcheritage.com/2017/10/27-ottobre-giornata-mondiale-del-Patrimonio-Audiovisivo.html

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