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Urina

Leggendo questo singolare titolo, che sembra essere uscito dal libro “Ossa, cervelli, mummie e capelli” di Antonio Castronuovo piuttosto che da un blog di diagnostica, i più curiosi staranno cercando il nesso fra l’arte e un prodotto di origine naturale che tutti conosciamo. Ebbene, il costituente finale del processo metabolico sviluppato dal nostro organismo è stato in antichità largamente usato con diversi scopi. Prima di tutto, però, cerchiamo di capire approfonditamente di cosa stiamo parlando.

Fig. 1: Struttura chimica dell'urea.
L’urina è per l’appunto il prodotto finale dell’attività di filtraggio dei reni ed è composta al 95% circa da acqua, a cui si aggiungono sostanze quali:
• l’urea, un composto organico che chimicamente prende il nome di carbonildiammide (CH4N2O – Fig. 1). Scoperto alla fine del Settecento, fu a tutti gli effetti il primo composto organico ad essere sintetizzato in laboratorio, grazie al chimico tedesco Friedrich Wöhler verso la fine degli anni Venti del XIX secolo;
• il cloruro di sodio, meglio conosciuto come sale da cucina (NaCl);
• l'azoto (N).
In aggiunta a queste sostanze, che costituiscono la maggior parte del 5% rimanente, sono presenti piccolissime quantità di ammoniaca (NH3), acido urico (C5H4N4O3), sali minerali quali calcio, potassio, sodio e magnesio ed infine i cosiddetti pigmenti biliari, ovvero urobilinogeno (C33H44N4O6) e urobilina: quest’ultima è data dall’ossidazione dell’urobilinogeno e fornisce il colore caratteristico dell’urina, ovvero il giallo paglierino.

Questa singolare sostanza veniva adoperata in antichità per svariati e molteplici scopi: oltre ad essere utilissima in agricoltura e in veterinaria, come ci tramanda lo scrittore del I secolo Lucio Giunio Moderato Columella, il poeta Catullo narra nei suoi carmina (37 e 39) che l’urina era ottima per sbiancare non solo gli abiti ma anche i denti, grazie all’ammoniaca presente al suo interno. Un liquido prezioso e costoso: l’imperatore Vespasiano ne fece una fonte di guadagno non da poco istituendo la vectigal urinae, una vera e propria tassa sull’urina prelevata dalle latrine, la quale veniva adoperata dai conciatori di pelle e da tutti coloro che trattavano i tessuti per sbiancarli, ammorbidirli e conciarli. Da qui la famosissima frase dell’imperatore “Pecunia non olet” (il denaro non puzza) rivolta al figlio Tito, quando osò rimproverarlo dell’istituzione della tassa.
Specialmente in epoca medievale, i tessuti colorati venivano tenuti a bagno in tini colmi di urina, la quale aveva una duplice funzione: oltre a rendere alcune tinte più brillanti, permetteva un ottimale fissaggio dei colori al substrato.
Inoltre, l’urina è alla base di un pigmento organico vastamente noto ed adoperato in India a partire dal XV secolo: il giallo indiano (C19H16MgO11· 6H2O – Fig. 2). La sostanza fu presente almeno fino agli inizi del XX secolo nella tavolozza pittorica di moltissimi artisti come, ad esempio, il pittore olandese Jan Vermeer, che lo impiegò, fra le altre opere, sul copricapo della “Ragazza col turbante” e sul corpetto della veste della “Lattaia” (Fig. 3). Il pigmento veniva ottenuto unendo l’urina di vacca nutrita esclusivamente con foglie di mango a sostanze quali allume di potassio (KAl(SO4)2· 12H2O) impiegato come fissante del colore, solfato di magnesio (MgSO4), sali di ammonio, euxantato e acqua.

Fig. 2: Sfere di giallo indiano.
Fig. 3: Lattaia, Jan Vermeer, 1658-60, 
olio su tela, Rijksmuseum, Amsterdam.

È sicuramente strano pensare che una sostanza particolare eppure così familiare fosse stata adoperata in maniera massiccia nel mondo dell’arte. Tuttavia, da ora in poi non potrete far più a meno di chiedervi, dinanzi ad una dama dall’abito giallo in un quadro del Settecento, la natura del colore di quel prezioso indumento!

- E. W. Fitzhugh, Artists’ Pigments: A Handbook of Their History and Characteristics (Vol. 3), Washington, National Gallery of Art and New York, Oxford University Press, 1997: https://www.amazon.com/Artists-Pigments-Handbook-History-Characteristics/dp/0894682563
- N. Bevilaqua, L. Borgioli, I. Adrover Gracia, I pigmenti nell’arte dalla preistoria alla rivoluzione industriale, Collana I Talenti, edizioni Il Prato, 2010: https://www.amazon.it/pigmenti-nellarte-preistoria-rivoluzione-industriale/dp/8863360901

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