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L’avorio: il dente dell’arte

Continuando sulla scia dell’articolo di Tiziana sulla pergamena, oggi tratteremo di un altro materiale di origine animale utilizzato nei Beni Culturali e lavorato fin dall’antichità grazie alla sua compattezza, elasticità e alla facilità con cui si poteva rendere lucida e brillante la sua superficie. Costituito principalmente da fosfato di calcio e da sostanze organiche azotate, come la colla - che funge da legante - l’avorio è un tessuto mineralizzato che si trova solo nei denti di alcuni vertebrati e nello scheletro dermico dei pesci primitivi. 
Di colore giallognolo ricoperto all’esterno da smalto, l’avorio circonda la cavità pulpare e costituisce la parte predominante e caratteristica della sostanza compatta dei denti. 
La fortuna che l’avorio ha avuto in passato, rispetto al tessuto osseo, è dovuta proprio all’alto grado di mineralizzazione, risultando così un materiale ideale per gioielli, suppellettili e statue. 
L'avorio si otteneva dalle zanne dell'elefante maschio e femmina d'Africa e dell'elefante maschio dell'India. Oltre a queste specie, in passato si fece anche uso di denti di ippopotamo (adoperati dalle civiltà più antiche, come quella egizia) e quelle di tricheco (molto diffuso nel Medioevo e nell’Europa settentrionale). 
Esistono due principali tipi d'avorio: l'avorio duro, tipico dell’Africa occidentale, e l'avorio tenero asiatico e dell'Africa orientale e settentrionale. La tecnica di lavorazione prevalente è rappresentata dall’intaglio realizzato con bulino, cesello, trapano, tornio o anche carborundum (mole). L’ oggetto finito riceve poi la politura con pietra pomice in polvere e con tripoli e sapone. A differenza del corno, l’avorio, però, non può essere plasmato a caldo; tuttavia, si dice che gli antichi fossero in grado di modellarlo e saldarlo. 
Un esempio eccezionale d’arte italiana in avorio è la Madonna col Bambino di Giovanni Pisano (Pisa, Tesoro del duomo). Dell’epoca paleocristiana e dei periodi bizantino e medievale è rilevante la produzione di dittici consolari ed imperiali, come L'avorio Barberini conservato al Museo del Louvre di Parigi. 
Un altro dente di interesse artistico è quello del Narvalo, un cetaceo che vive nell’Oceano Atlantico settentrionale. Mentre la femmina allo stato adulto è priva di denti, nel maschio ne persistono due all’apice del muso, di cui il sinistro si sviluppa enormemente, assumendo la forma di una punta diretta in avanti, lunga sino a 2 metri ed avvolta a spirale, mentre il destro rimane piccolo, spesso rudimentale, o del tutto mancante. 
Vorrei concludere evidenziando come, tuttavia, l’avorio naturale sia un materiale di cui si può fare a meno, poiché comporta un inutile sterminio di animali, quando è possibile ottenerlo anche  sinteticamente, seppur di qualità inferiore. 
Durante il secolo scorso, infatti, il commercio dell'avorio ha comportato una drastica diminuzione della popolazione di elefanti, tanto che gli organismi internazionali hanno deciso di includere gli elefanti africani fra le specie a rischio di estinzione. Il commercio ufficiale dell'avorio è stato, dunque, prima contenuto e poi proibito, ma è purtroppo proseguito quello di contrabbando, alimentato da cacciatori di frodo. 
Oggi si produce anche una varietà di avorio sintetico, l’avoriolina, ottenuta da scarti di avorio ed osso polverizzati, successivamente amalgamati assieme alla cellulosa. 
Martina 
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