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“L’essenziale è invisibile agli occhi, non si conosce bene l’arte che con la scienza”

Se dovessi spiegare ad un bambino cosa fa esattamente il Conservation Scientist, lo porterei alla mostra “Archeologia invisibile”, in esposizione al Museo Egizio fino al 6 gennaio 2020. Si tratta di una mostra sperimentale e assolutamente innovativa, che non ha come protagoniste le opere d’arte in quanto tali, ma tutte quelle preziose informazioni in esse contenute, in genere inaccessibili all’appassionato d’arte che visita un museo.
Qui il visitatore, dopo aver visto statue, papiri e imponenti sarcofagi di epoca lontanissima chiusi nelle teche, riceve, idealmente, una bacchetta magica che gli permette di avvicinarsi sempre di più all’opera, oltrepassando il tempo, entrando all’interno della materia di cui sono fatti gli oggetti e facendone persino esperienza tangibile grazie ai modelli digitali 3D che emulano i reperti con le stesse dimensioni e superficie dell’originale.
Tutto questo non è frutto di magia egizia, ma è il risultato dello studio e della collaborazione tra università e istituti di ricerca di tutto il mondo (MIT di Boston, Università di Oxford, Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, Musei Vaticani, CNR ecc.).
Il percorso espositivo si apre con una sezione dedicata alle foto degli scavi della Missione Archeologica Italiana in Egitto (1903-1920) fino a quelli recenti di Saqqara, con lo scopo di calare il visitatore nel contesto archeologico, e prosegue poi nella seconda area riservata alle analisi diagnostiche, su cui ci soffermeremo in questo articolo, per concludersi nella terza e ultima parte destinata alla conservazione e il restauro, dove riproduzioni moderne di materiali molto delicati, come tessuti e papiri, possono essere persino toccati con mano.
Ma quali tecniche diagnostiche ritroviamo nella mostra e a quali straordinari reperti della civiltà Egizia sono state applicate? Eccone alcune: 
Analisi multispettrale, che sfrutta le radiazioni elettromagnetiche a diverse lunghezze d’onda per esplorare diversi aspetti del corredo funebre della tomba di Kha e Merit: la composizione chimica dei pigmenti (si rileva la presenza del rinomato Blu Egizio!), le pennellate e persino gli errori di bottega. 
Tecniche neutroniche e raggi gamma, effettuate presso le strutture dell’ISIS Neutron and Muon source (UK). Queste tecnologie, non distruttive e non invasive, permettono di ottenere informazioni senza precedenti sulla morfologia interna, sulla struttura e sulla composizione elementare dei vasi in alabastro, appartenenti al corredo funerario di Kha e Merit, consentendo di oltrepassare la materia e di scoprire i 7 oli sacri contenuti nei vasi, utilizzati per la mummificazione, senza alcuna contaminazione. (Per i più curiosi, ecco un approfondimento sull’argomento). 
Radiografie e TAC utilizzate per sbendare le mummie dell’architetto Kha e della moglie Merit in un’autopsia virtuale, senza danneggiare e dissezionare i corpi, ma scoprendone, in maniera sorprendente, lo stato di salute, le tecniche d’imbalsamazione e persino la presenza di gioielli, riprodotti poi, grazie alla stampa 3D, in modelli identici esposti nella mostra. 
Spoiler alert! Il percorso si conclude con un colpo di scena: il clone digitale bianco e spoglio del celebre sarcofago di Butehamon, lo scriba reale di III Periodo Intermedio (1070-712 a.C.), si trasforma e si riempie di geroglifici, decori, scene, colori e giochi di luce, proiettati sulla superficie del sarcofago per raccontare la sua incredibile storia. 
 Martina

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