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La macchina fotografica mente sempre: uno sguardo sulle molteplici nature della Fotografia

1839: È questa la data ufficiale che viene presa in considerazione per la nascita della fotografia. Risale infatti a quell’anno il brevetto del Dagherrotipo ad opera di Daguerre, e la rivelazione, in modo solenne, del procedimento davanti l’Académie des sciences e l’Académie des beaux-artes di Parigi.
Fig.1. Man Ray, Grafin
Casati
, 1922. Doppia Esposizione

Il desiderio umano di riproduzione fedele della realtà risale a tempi immemori. Questa volontà è possibile ricondurla all’ambizione di cercare un rapporto di misurazione tra le due diverse dimensioni, quella dell’uomo e quella del mondo. Inizialmente, con la prospettiva rinascimentale, l’uomo riuscì a riprodurre lo spazio che lo circondava con l’utilizzo della geometria, assumendola come strumento di misurazione dello spazio.
Successivamente è possibile nominare l’invenzione della camera ottica, utilizzata in numerosi modi come per esempio quella di dimensioni enormi del Castello di Fontanellato costruita per diletto e per difesa; ma soprattutto diventò mezzo essenziale per i pittori che utilizzavano le forme che si venivano a creare per ricalcarle in modo tale da avere una veridicità ancora maggiore del dipinto – vedi i Vedutisti.
Fig.2. Disderi, Prince Leopold Duke
of Albany and Princess Louise
Caroline Alberta Duchess of Argyll
,
1866. Carte de visit colorata a mano
A questo punto l’uomo era riuscito ad “ingabbiare” la realtà all’interno di uno spazio chiuso, il tassello mancante era trattenerla all’interno di esso.
Sia la tecnologia che l’ostinazione aiutarono quelli che sono passati alla storia come i padri della fotografia: Niepce, Daguerre e Talbot. Ciascuno di loro ha partecipato alla costituzione di quello strumento vitale che tutti noi oggi utilizziamo quotidianamente, magari senza neanche rendercene conto.
Questa nuova capacità dell’uomo di poter duplicare il mondo attraverso la macchina fotografica, e tutto ciò che ne deriva concettualmente, è stata ampiamente analizzata dal tedesco Walter Benjamin nel saggio del 1936 L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. La fotografia risulta infatti essere, oltre che una «curiosa e sublime scoperta» (1) , anche una rivoluzione dal punto di vista concettuale e di percezione stessa realtà.
La natura ambigua della fotografia proviene dallo stretto e particolare rapporto che essa ha con la materialità del mondo. Essa può essere manipolata, rendendola quindi irreale, pur lasciando presupporre di essere davanti a qualcosa di vero ed oggettivo. Se infatti vogliamo essere sinceri, l’inventore di Photoshop non ha creato nulla di nuovo! La manipolazione dell’immagine fotografica è presente fin dalla sua invenzione, con le primordiali fotografie che venivano ritoccate a mano sia per renderle a colori che per migliorare, magari, alcuni profili troppo pronunciati. Alcuni ritocchi potevano perfino essere fatti direttamente in camera oscura, manipolando i negativi o sovrapponendone più insieme sullo stesso piano, creando così un’immagine nuova, come per esempio ha fatto Man Ray.
Nella fotografia, più che negli altri media artistici, la storia è legata in modo ferreo alla storia della tecnica che, con la sua veloce evoluzione, ha permesso, in relativamente pochi anni, cambiamenti sostanziali sia nella tecnica che nella sua percezione concettuale. Questo ha portato, inizialmente, alla creazione di veri e propri operatori della fotografia, i quali erano esperti di tutto il processo che portava alla costruzione dell’immagine fotografica.
L’affinarsi della tecnica e la sua semplificazione hanno portato ad una “democraticizzazione” del mezzo già a partire dal 1888, data della nascita del motto Kodak “You press the button, we do the rest”, fino a giungere ai giorni nostri, dove ognuno è dotato di un mezzo fotografico grazie al proprio cellulare.
Fig.3. Pubblicità Kodak del 1888: la fotografia diventa alla
portata di tutti.
La fotografia è ambigua. Essa può essere vista sia come documento, sia come oggetto artistico, ma anche in tutti e due i modi contemporaneamente. Si tratta qui dell’attuazione, o meno, del processo di artificazione, che può scaturire da diversi fattori sia fisici (es. l’unicità di una fotografia) che culturali (l’importanza storica di una data fotografia poiché registra tale evento).
Su questa dualità di percezione molti artisti hanno basato il loro lavoro, come ad esempio l’americano Walker Evans, che dichiarava di fare fotografie in stile documentario, non puri documenti. Ciò vuol dire che Evans adottò solamente il linguaggio di chi registrava oggettivamente la realtà, ma il suo intento andava oltre. Luigi Ghirri, cogliendo la natura diversa espressa dalle fotografie di Evans, scrive che le sue fotografie «fanno le carezze al mondo».
Parlando, invece, di una fotografia che viene considerata come documento, si può citare l’immagine di Roger Fenton The Valley of the Shadow of Death del 1855.

Fig. 4. Roger Fenton, The valley of the Shadow of Death, 1855. Il fotogramma di destra è quello più noto.
 Questa immagine venne considerata come pura documentazione di ciò che il fotografo aveva davanti gli occhi, ovvero un campo ricoperto di palle di cannone. Successivamente fu scoperta una seconda versione della fotografia, che rivelava come, in realtà, il campo ripreso non avesse quel gran numero di relitti. Questo caso di studio porta a pensare che Fenton, per drammatizzare ancora di più e quindi creare un’immagine più forte, avesse distribuito nel campo le palle, in modo da rendere la fotografia più efficace esteticamente. Tuttavia, ad oggi non è ancora possibile stabilire quale dei due fotogrammi fosse stato scattato per primo, lasciando la questione irrisolta. Quindi, è possibile considerare la fotografia di Fenton come puro documento? Oppure la realtà e il messaggio scaturito dall’immagine sono stati manomessi per raggiungere un certo scopo?
Il caso di Fenton è solo uno tra gli innumerevoli che possono essere analizzati. Potrebbero essere prese in considerazione per esempio anche le immagini diffuse per propaganda politica, in cui venivano creati veri e propri fotomontaggi.

Fig.5. Winston Churchill in una fotografia del 1948. A sinistra l'immagine originale, a destra quella ritoccata in cui non è
più presente il sigaro, allo scopo di far apparire il leader in una veste più salutare.

Questi esempi portati vogliono sottolineare l’impossibilità della fotografia di essere un medium di pura registrazione oggettiva, perché sarà sempre il risultato di una scelta da parte di qualcuno: una scelta di inquadratura, una scelta di tempi da utilizzare per lo scatto così da far risultare l’immagine in un certo modo. Perché, come dice Walker Evans:
«la macchina fotografica mente sempre».

Sofia Podestà 

(1) Claude Niépce al fratello Joseph Nicéphore Niépce, lettera 8 dicembre 1925.

Per approfondire: 

• R. Barthes, La camera chiara, Torino 2003 (ed. originale 1980).
• W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino 2000 (ed. originale 1936).
• W. Benjamin, Piccola storia della fotografia, Skira 2011 (ed. originale 1931).
• A. Gunthert, M. Poivert, Storia della fotografia dalle origini ai giorni nostri, Electa, Milano 2009 (ed. originale 2007).
• Jean-Claude Lemagny, André Rouillé, Storia della fotografia, Firenze 1988 (ed. originale 1986).
• S. Sontag, Sulla fotografia, Torino 2004 (ed. originale 1977).

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