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La diagnostica applicata ai grandi capolavori: le indagini scientifiche condotte sull’opera “Adorazione dei Magi” di Leonardo da Vinci.


L’opera “Adorazione dei Magi” di Leonardo da Vinci dopo il restauro, ritratta durante la Conferenza Stampa del 23 settembre 2014. (© Opificio delle Pietre Dure – Foto di Pino Zicarelli)

Oggi parleremo di uno dei più grandi capolavori di Leonardo da Vinci rimasti incompiuti: stiamo parlando della ben nota “Adorazione dei Magi”, un’opera ad olio e tempera grassa dipinta su un supporto costituito da assi di legno di pioppo, dalla forma quadrata e dalle dimensioni di circa 2,50 metri per lato.

Il dipinto, parzialmente realizzato fra il 1481 e il 1482, ritrae un tema iconografico abbastanza ricorrente nell’arte fiorentina e assai richiesto dalle committenze nel periodo a cavallo fra il 1400 e il 1500: basti pensare alle opere contemporanee a quella di Leonardo, come l’Adorazione dei Magi di Lorenzo Monaco (1422), Gentile da Fabriano (1423), Masaccio (1426), Botticelli (1475), Filippo Lippi (1469) e via dicendo.

L’opera, commissionata nel 1481 dai monaci di San Donato a Scopeto al grande e poliedrico artista fiorentino, è giunta sino a noi nelle vesti di un grande disegno preparatorio in monocromo, più o meno accurato nelle sue diverse scene, che ha aiutato gli studiosi a comprendere al meglio la tecnica pittorica di Leonardo.

Dal novembre 2011 fino a marzo 2017 è stata condotta una intensa e fruttuosa campagna di diagnostica e restauro sull’opera leonardesca, traslata per l’occasione dalla Galleria degli Uffizi ai laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e, precisamente, nella sede situata presso la Fortezza da Basso. Numerose sono state le indagini diagnostiche effettuate sull’opera: difatti, oltre ad una completa documentazione fotografica ad alta risoluzione sia nel visibile che nell’ultravioletto, sono state eseguite riflettografie multi-NIR e misurazioni colorimetriche, indagini chimiche e spettrofotometriche, Radiografie X e scansioni XRF, tomografie ottiche (OCT), oltre a 3D scanning e rilievi tridimensionali per la misurazione delle microdeformazioni. Come è possibile immaginare, questa campagna diagnostica non è stata l’unica effettuata sull’opera, ma risulta essere la più completa, recente e ben documentata.

Dai dati emersi, messi a confronto con altre informazioni scaturite da indagini diagnostiche operate su opere diverse dello stesso artista, quali la “Vergine delle Rocce” di Londra, la “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino” del Louvre e l’incompiuto “San Girolamo” dei Musei Vaticani, si è potuto notare che la tecnica pittorica di Leonardo, nonostante il passare degli anni, rimase pressoché invariata. Tendenzialmente l’artista, dopo aver realizzato un disegno approssimativo dell’opera a mano libera (come nel caso dell’Adorazione) o con l’ausilio di cartoni, procedeva a completarla per mezzo di velature successive che, infine, avrebbero conferito al quadro il caratteristico sfumato dei contorni, più o meno accentuato in base alle necessità prospettiche. Con l’aiuto di un chiodino ed una corda, invece, tracciava le linee che lo avrebbero aiutato per la realizzazione di strutture architettoniche e per disporre in maniera prospettica i personaggi e gli elementi nel quadro: nel caso dell’Adorazione dei Magi, il buco lasciato dal chiodino sopracitato è stato rinvenuto nell’albero al centro dell’opera. Anche il supporto stesso presenta i segni degli interventi preliminari alla realizzazione del quadro: sono ben visibili, infatti, dei fori e delle incisioni che vanno a modificare i progetti originari dell’opera, dapprima abbozzati su carta dall’artista stesso.
Inoltre, analizzando i pigmenti costituenti il dipinto, sono emersi alcuni dati interessanti: il disegno, dapprima tracciato a punta secca, è stato realizzato con un acquerello nero dato a pennello; invece, le tracce bluastre sono eseguite per mezzo di un colorante di origine vegetale, probabilmente un indaco; infine, il disegno preparatorio è stato “sigillato” da un sottilissimo strato trasparente costituito da un legante e da bianco di piombo. Solo dopo aver creato questo primo strato preliminare Leonardo cominciava ad apporre le diverse stesure di colore. Le caratteristiche velature sono state realizzate con una miscela di pigmenti di tonalità bruna in percentuali costanti nelle diverse parti dell’opera: ciò significa che il pittore ha adoperato una unica e omogenea partita di pigmenti, che probabilmente aveva a disposizione in bottega.

Il lavoro di restauro, coadiuvato dalle indagini diagnostiche, si è incentrato sulla rimozione di numerose stratificazioni di materiali adoperati in passato durante restauri pregressi quali colle, vernici pigmentate, ritocchi, ecc. Le suddette stesure, oltre a rendere poco leggibile l’opera a causa dell’ossidazione e del conseguente ingiallimento della pellicola pittorica, stavano causando delle microlesioni nella pellicola pittorica, dovute al ritiro delle sostanze degradate. La già fragile pellicola pittorica, inoltre, è stata maggiormente messa in pericolo dal supporto ligneo, il quale, a causa delle variazioni termoigrometriche e di una traversa centrale apposta in un periodo successivo alla realizzazione dell’opera che ne impediva il naturale movimento, presentava diverse fenditure e rotture della superficie pittorica con conseguente caduta di colore.

Ad oggi, dopo 5 anni e mezzo di intenso lavoro, è possibile ammirare nuovamente il capolavoro leonardesco presso la Galleria degli Uffizi di Firenze: tuttavia, l’opera si presenta arricchita di un ulteriore bagaglio culturale, ottenuto grazie ad una importante campagna diagnostica e alle tecnologie sempre più innovative e focalizzate sul mondo dei beni culturali.



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