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Il curioso caso del verde di Scheele

Secondo le teorie della cromoterapia, il verde è il colore dell’armonia, della pace e della natura. Questo colore provocherebbe, nella persona che lo indossa, che lo usa o che ne è circondato, uno stato di profonda calma e serenità. E se questo stato fosse di “calma eterna”? Se l’abuso del colore verde portasse alla pace dei sensi per sempre?

Il rischio non è poi tanto lontano e lo era ancora meno nel XIX secolo, quando dilagò la moda del Verde di Scheele. Questa particolare sfumatura prende il nome dal chimico svedese (ecco perché spesso è chiamata anche verde svedese) Carl Wilhem Scheele, che per primo nel 1775 sintetizzò questo colore. Chimicamente, il composto è un arsenito acido di rame con una formula chimica alquanto complessa, a causa della presenza variabile di ossidi di rame e arsenico, che può essere riassunta come CuHAsO3. Le particelle, realizzate per sintesi, risultano essere di dimensioni medio grandi e, nel suo complesso, è un materiale amorfo che talvolta presenta fasi cristalline.

Nel mondo delle Belle arti è un colore poco conosciuto e non molto apprezzato: la sua tonalità non particolarmente pulita non ha indotto gli artisti del XVII e del XIX secolo a farne largo uso. Sembra che Turner lo abbia usato in una sua opera del 1805 (Guildford from the Banks of the Wey) e che Manet lo abbia inserito nella tavolozza di La Musique aux Tuileries del 1862. Un colore così spento fu però sostituito, nel giro di pochi anni, dal più vivace e brillante Verde Smeraldo.

È ovvio, leggendo la formula, che con il Verde di Scheele siamo davanti ad un pigmento altamente tossico a causa della presenza di arsenico. Tuttavia, nel XIX secolo fu commercializzato su larga scala a basso prezzo per gli usi più disparati: vernici, inchiostri, colore per tingere le stoffe, per i giocattoli dei bambini e, guarda caso, come insetticida. Per questi usi, nel 1812 Parker brevettò il pigmento sotto il nome di Patent Green. Non c’era famiglia che non possedesse almeno un oggetto intriso di questo verde veleno.

Persino sull’Isola di S. Elena, in pieno oceano Atlantico, vi era una casa le cui pareti erano tappezzate di carta color verde di Scheele. In questa casa scontava il suo esilio Napoleone Bonaparte. Grazie alle analisi realizzate nella seconda metà del ‘900 sui suoi capelli, si è potuto ipotizzare che la morte del generale francese non fosse sopraggiunta per ulcera ma, probabilmente, per intossicazione da arsenico. Esistono, infatti, alcune specie di funghi che si sviluppano sulle colle per le carte da parati e che, riuscendo a metabolizzare arsenico, successivamente lo espellono sotto forma di gas velenosi. Dunque, è probabile che Napoleone sia stato lentamente avvelenato dall’ambiente in cui era confinato. Tuttavia, secondo studi condotti da Clemenza et al. nel 2008 su più campioni di capelli di Napoleone e di parenti a lui contemporanei, l’Imperatore potrebbe essere stato sottoposto a fonti di arsenico già in tenera età e quindi la parete verde di Sant’Elena non sarebbe stata la sua unica silenziosa assassina.

Se ci pensate, poi, anche la pozione che la strega Grimilde usava per avvelenare la mela di Biancaneve (nella versione dell’omonimo lungometraggio d’animazione Disney) era verde…sarà un caso?



Bibliografia:

- Bevilacqua, Borgioli, Adrover Garcia “I pigmenti nell’arte. Dalla preistoria alla rivoluzione industriale”. Ed. Il prato, 2010

- Clemenza, M., et al. "Misure con attivazione neutronica sulla presenza di arsenico nei capelli di Napoleone Bonaparte e di suoi famigliari." Il Nuovo Saggiatore 24.1-2 (2008): 19-30.

- Ball P., “Colore. Una biografia”. Ed. Bur, 2001

- “Occhio nucleare sui capelli di Napoleone”. Il sole 24Ore, articolo del 11/02/2008

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