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La macchina di Antikythera

Le testimonianze delle civiltà del passato sono innumerevoli, ma alcune in particolare hanno da sempre suscitato l’interesse degli studiosi di tutto il mondo. Le Piramidi di Giza (Egitto), quella di Teotihuacan (Messico), Stonehenge (Inghilterra), la cittadella Inca di Macchu Picchu (Perù) e il Pantheon di Roma sono edifici o siti archeologici con qualcosa in comune: infatti, furono adoperati come strumenti per lo studio del cielo da parte di coloro che ci hanno preceduto [1].
Intorno al XVI secolo, la comunità scientifica iniziò a interessarsi ai monumenti Europei che mostravano un qualche collegamento con l’astronomia; con il tempo, si consolidò un ambito di studio e di ricerca che oggi è conosciuto come Archeoastronomia. Una definizione soddisfacente di tale disciplina può essere:

Figura 1. La Macchina di Antikythera
(Credits: www.antikythera-mechanism.gr)
L’Archeoastronomia, dunque, comprende anche lo studio di reperti archeologici e non solo dei grandi monumenti come quelli in precedenza citati. Infatti, è proprio di un interessante reperto archeologico di cui vorrei parlarvi oggi: la Macchina di Antikythera (Fig.1).

Attorno al 70 a.C., una nave carica di oggetti di vario tipo viaggiava, presumibilmente, dalla Grecia verso Roma. Come accadeva spesso, non arrivò mai a destinazione, affondando nei pressi dell’isola di Antikythera, a nord-ovest di Creta. Fortunatamente, nel 1900, i manufatti che si erano inabissati furono riportati alla luce e tra questi vi era un bronzo di dimensioni all’incirca di 32x22x5 cm. In un primo momento, l’oggetto era stato classificato come appartenente a qualche statua non rinvenuta in quei fondali (Fig.1); assieme al pezzo più grande, altri 82 frammenti di bronzo accompagnarono tale scoperta [3,4].

Ad un più attento esame, si notò che quel bronzo ed i vari frammenti facevano parte di un unico sistema che comprendeva anche pezzi di legno, questi ultimi irrimediabilmente danneggiati dopo il ritrovamento (n.d.r.: il legno, sommerso per secoli, mal reagisce se esposto all’atmosfera). Ciò diede la possibilità, però, di capire che il tutto era parte di un meccanismo ben più complesso e che tale manufatto meritava degli studi approfonditi.

Figura 2. Radiografia del frammento 
più grande della Macchina di Antikythera 
(Fonte: Antikythera Mechanism, 
the oldest computer and Mechanical 
Cosmos 2nd entury BC 
by Xenophon Moussas)
Ciò che si rese subito evidente agli occhi degli studiosi fu l’articolato sistema di ingranaggi e la sua perfezione. Tale apparato venne studiato in dettaglio solo molti anni dopo il ritrovamento della macchina grazie all’ausilio delle moderne tecniche diagnostiche: basti pensare che i dentini degli ingranaggi sono dell’ordine dei millimetri e che la parte frontale e il retro della Macchina sono diverse l’una dall’altra.

In particolare, la faccia anteriore mostrava il Calendario Solare, con i giorni e i mesi calcolati secondo l’anno Egizio. L’anello che indicava i giorni poteva ruotare, così che le date degli equinozi e dei solstizi potevano essere calibrate ogni quattro anni. Un anello più interno, sempre nella parte frontale, rappresentava le costellazioni e la loro posizione nel cielo.

Il retro, invece, mostrava il Ciclo Metonico e due piccoli ingranaggi in grado di ruotare a differenti velocità. Grazie alle tecniche di imaging si scoprì che questi ingranaggi erano in grado di calcolare la cadenza dei giochi Panellenici (i Giochi Olimpici, i Giochi Nemei, i Giochi Pitici, i Giochi Istmici), organizzati ogni 4 anni [3-7]. 

Gli studiosi sono arrivati a comprendere il funzionamento di questo prototipo di computer, studiandone anche le iscrizioni presenti sullo stesso apparato (una sorta di “manuale d’uso” per l’utente), grazie all’ausilio dei Raggi X e della Tomografia computerizzata (CT) (nel video). 

I frammenti di bronzo versavano in un precario stato di conservazione e dunque l’approccio non-invasivo era essenziale per la salvaguardia del manufatto. Ciò è stato possibile grazie alla tomografia computerizzata, una tecnica non distruttiva che ha permesso di ottenere informazioni dalle zone più nascoste e danneggiate dei frammenti senza arrecare ulteriori danni, e ai raggi X, che hanno permesso di ottenere immagini radiografiche di tutti gli 82 pezzi della Macchina.

Come dicono Freeth et al. [3] nel Supplementary Material del loro articolo, nonostante i due secoli passati sott’acqua, i dettagli in scala millimetrica della Macchina si sono conservati: le iscrizioni in Greco ricoprono tuttora la parte esterna e hanno dimensioni tra 1.2 e 5 mm di altezza. Poiché non era possibile leggere l’intera iscrizione solamente con l’ausilio della CT, i ricercatori hanno rimediato con l’aiuto di Photoshop e di una complessa elaborazione delle immagini [3]. 

Dunque, la Macchina di Antikythera, da molti studiosi considerata come il primo computer della Storia, è effettivamente un capolavoro di ingegneria sulla cui paternità vi è ancora un punto interrogativo; Loke [7] riporta che la costruzione della Macchina sia stata influenzata da Archimede e dai suoi studi e che, in realtà, potrebbe proprio esserne lui l’inventore. 

Le moderne tecnologie hanno permesso di far luce su un oggetto a cui inizialmente si era data poca importanza. La CT ed i raggi X sono stati fondamentali per lo studio degli ingranaggi millimetrici e delle iscrizioni greche: chissà cosa potremmo continuare a scoprire in futuro sulla Macchina di Antikythera con l’avanzare della tecnologia!

Sul sito dedicato (www.antikythera-machine.gr) è possibile trovare una estesa bibliografia e informazioni dettagliate sul progetto di ricerca della Macchina di Antikythera.

Francesca



Bibliografia essenziale: 

[6] Xenophon Mussas, Antikythera Mechanism The oldest computer and Mechanical cosmos 2nd century BC, School of Physics and Astronomy – University of Birmingham.
[7] J. E. Locke, Engineering in Ancient Empires, The Antikythera Mechanism: timepiece of ancient world.

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