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Notre Dame de Paris: un Capolavoro per un Restauro

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Credits: Notre Dame de Paris - Instagram

“Se avessimo il piacere di esaminare una ad una le diverse tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini, soprattutto agli uomini dell’arte”.


È con queste parole che, nel 1831, Victor Hugo (1802-1885) critica aspramente lo stato di degrado della Cattedrale di Parigi nel romanzo che gli darà un successo planetario che echeggia ancora oggi: Notre Dame de Paris.

Negli anni immediatamente precedenti e successivi alla pubblicazione dell’opera di Hugo, Notre Dame aveva subito le conseguenze delle Rivoluzioni e delle rivolte anti-legittimiste che investirono la Francia e, naturalmente, Parigi; neanche la dura pietra della cattedrale poté celare il risultato devastante non solo del tempo, ma persino degli interventi di pseudo-restauro che si avvicendarono su di essa senza un vero e proprio interesse di conservazione.
Fu in quel momento che Victor Hugo sentì la necessità di dare vita ad una delle storie più incredibili e commoventi della letteratura che, in realtà, venne scritta con il principale scopo di attirare l’attenzione della massa sull’inarrestabile degrado di uno dei simboli di Parigi. È inutile dire che l’obiettivo di Hugo fu raggiunto e oltrepassato. Tuttavia, le vicende del restauro della Cattedrale si protrassero a lungo e non lasciarono particolarmente soddisfatto lo stesso Hugo, il cui genio anticipava di molto i tempi.

Il progetto del restauro di Notre Dame fu realizzato da una delle figure più conosciute dell’epoca: l’architetto Viollet-le-Duc (1814-1879).
Le-Duc fu uno studioso di indiscutibile spessore, le cui conoscenze spaziavano dalla filosofia all’archeologia, alla storia e, naturalmente, al restauro. Le sue idee in fatto di restauro e reintegrazione stilistica non erano estranee alla cultura francese che, già nel 1840, possedeva una legge riguardante il restauro integrativo; tale legge fu successivamente completata e affinata dallo stesso le-Duc, senza incontrare grandi opposizioni in merito:

“…Tutti i materiali tolti saranno sempre sostituiti con materiali della stessa natura, della stessa forma, e messi in opera secondo procedimenti originariamente utilizzati…”.

Dunque, un vero e proprio inno alla reintegrazione. Il restauro di Notre Dame era volto, perciò, alla conservazione dell’immagine originaria dell’edificio poiché le-Duc sosteneva chiaramente che il restauro non doveva essere percepito e ogni elemento o intervento doveva essere integrato e armonizzato con la struttura complessiva, eliminando quei segni del tempo che diverranno, dal 1939, uno dei pilastri della filosofia di Cesare Brandi (1906-1988).

Fedele alla sua filosofia, le-Duc fu l’artefice di un imponente restauro che vide la sostituzione delle vetrate policrome delle cappelle laterali, il rafforzamento dei contrafforti esterni, il completamento e l’aggiunta di torri e di archi rampanti con pinnacoli inizialmente mancanti. I bassorilievi della facciata furono completamente reintegrati e vennero arbitrariamente introdotti i Gargoyles (per meglio dire le chimere o, in italiano, gargolle), del tutto estranei all’edificio originale e che erroneamente si attribuiscono alla struttura originale (anche per colpa, forse, della Walt Disney?).

Fu a causa di questi pesanti interventi di integrazione, seppur del tutto in linea con la filosofia francese dell’epoca, che Victor Hugo disapprovò il restauro, sebbene l’intervento abbia permesso di salvare l’amata Cattedrale. Lo scrittore, infatti, era più vicino all’idea novecentesca del restauro di Brandi, piuttosto che a quella di Viollet-le-Duc. In aggiunta, il lavoro di le-Duc fu aspramente criticato dal suo diretto antagonista dell’epoca, il critico d’arte John Ruskin (1819-1900), il quale non si lasciò sfuggire l’occasione di additare i risultati dei lavori di restauro, iniziando a porre questioni fondamentali come l’autenticità dell’opera a seguito di una così pesante reintegrazione.
Sebbene la posizione estremista di Ruskin nei confronti della conservazione avesse i suoi difetti, il restauro di Notre Dame fu un’eccellente occasione per spingere i grandi del tempo a riflettere sull’importanza del restauro.

Oggi sono innumerevoli gli edifici che meriterebbero uno sguardo altrettanto attento volto alla loro salvaguardia, su cui ancora si potrebbe discutere di filosofia del restauro, conservazione, integrazione: basti pensare ai Beni delle zone terremotate d’Italia o agli edifici giornalmente vandalizzati nelle nostre città.
Forse oggi abbiamo bisogno di un altro Victor Hugo che ci ricordi l’importanza del nostro Patrimonio? E’ una domanda a cui è difficile dare una risposta. La certezza è che non dovremmo mai stancarci di ricordarci che il restauro e la conservazione, così come la ricerca e la diagnostica, riportano in vita e danno valore al lavoro che, secoli fa, fu eseguito da uno scalpellino, da un muratore, da un artista qualsiasi e, dunque, va rispettato e conservato in tutta la sua straordinaria bellezza…

…anche quando Crolla il tempo delle Cattedrali!

Bibliografia:
- Mario della Costa, Lisa Accurti. Complementi di Restauro Architettonico. CELID Editore, Collana Arch&Tipi, 2001, p. 226, EAN: 9788876614804.
- Cesare Brandi. Teoria del Restauro. Editore Einaudi, 2 edizione (18 Maggio 2000). Collana Piccola Biblioteca Einaudi Nuova Serie. ISBN-10: 8806155652
- Victor Hugo. Notre Dame de Paris. Feltrinelli Editore, Collana Narrativa Economica I Classici, p. 528, EAN:9788807901232.

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