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News from diagnostic world: Advanced tools and framework for historical film restoration.

Tempo fa, in occasione della giornata mondiale del patrimonio audiovisivo, vi avevamo parlato dell’importanza della tutela, della conservazione e della trasmissione al futuro del materiale cinematografico.

Nonostante si cerchi di rallentare in tutti i modi il passare del tempo, i supporti audiovisivi, per loro natura (celluloide, triacetato di cellulosa, emulsioni di argento in gelatina poliesteri), tendono a degradarsi, con conseguente perdita irreversibile di tutto ciò che vi è stato registrato sopra. Come ovviare a questo problema? Il restauro digitale, con le sue tecniche innovative, ci viene incontro, attraverso l’uso di diversi algoritmi inseriti in software sviluppati ad hoc per salvare queste opere.


Nel lavoro
dal titolo “Advanced tools and framework for historical film restoration”, di cui il primo autore è Simone Croci (ingegnere ricercatore presso il Disney Research di Zurigo), sono presentati alcuni strumenti digitali sviluppati per il restauro del colore degradato chimicamente, per la rimozione della grana e per la correzione del contrasto.

Partendo dal presupposto che il restauro digitale prevede procedure lunghe e delicate che portano via tanto tempo, nell’articolo si propone l’utilizzo di una serie di strumenti semi-automatici per facilitare il lungo lavoro dei restauratori del digitale, con la speranza di aumentare il numero di lavori restaurati per anno (ad oggi sfortunatamente ancora esiguo).
Tutti i film girati “in analogico” sono impressionati su negativi (le pellicole cinematografiche) che rappresentano il materiale originale da cui scaturirà, dopo lo sviluppo, il positivo originale, ovvero la pellicola proiettata nei cinema. Sia il positivo che il negativo, a causa della loro natura materica e del continuo utilizzo, sono soggetti a diverse tipologie di degrado chimico e fisico. Per questo, i ricercatori sono partiti da due differenti funzioni, chiamate “funzioni di degrado” per descrivere lo stato iniziale e lo stato degradato del negativo e del positivo di uno stesso film (fN e fP).

Dopo le abituali operazioni di restauro meccanico, le pellicole sono digitalizzate e sottoposte a particolari funzioni gradiente di colore f*G, a seconda che siano presenti sia il negativo che il positivo o solo uno dei due supporti. Si passa poi a studiare ogni singola tipologia di degrado. Portando ad esempio la perdita del colore, è stato studiato il processo chimico causa del degrado (alle volte col supporto di misure fisiche) per arrivare a realizzare un algoritmo per l’inversione di tale perdita. La collaborazione con i restauratori è stata fondamentale: hanno restituito agli sviluppatori dei fotogrammi restaurati con tool manuali, al fine di poter realizzare il sistema semi-automatico di restituzione del colore.

La rimozione della grana in eccesso, operazione piuttosto delicata, avviene invece attraverso l’utilizzo di funzioni denominate “filtri”: questi riducono gli artefatti colorati (la grana, digitalmente parlando, altro non è che un puntino di colore diverso rispetto a quello circostante) scorrendo le righe e le colonne dell’immagine e nel tempo, seguendo la traiettoria ottica.

La sperimentazione è stata condotta all’interno di un progetto che prevedeva il restauro di due film quali Heidi del 1978 e Kummerbuben del 1968, con ottimi risultati.

Melania

Riferimenti:

  • Simone Croci, Tunç Ozan Aydın, Nikolce Stefanoski, Markus Gross, Aljosa Smolic, “Advanced tools and framework for historical film restoration,” J. Electron. Imaging 26(1), 011021 (2017), doi: 10.1117/1.JEI.26.1.011021.

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