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Il mare: amico/nemico dei reperti marini


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Le popolazioni della penisola italiana hanno sempre riconosciuto l’importanza dei mari che bagnano le nostre coste essendo fonti di risorse, cultura e turismo. Tuttavia, l’ambiente marino svolge anche un altro compito importante, quello di custode dei reperti archeologici. Uno scrigno che pochi hanno avuto il privilegio di schiudere, tra i quali Stefano Mariottini, o più recentemente Francesco Cassarino. Sono entrambi due sub: il primo
è lo scopritore dei bronzi di Riace nel 1972 (e della cui conservazione attuale abbiamo parlato qui), mentre il secondo è colui che ha rivelato nel febbraio 2017 ulteriori reperti presenti nel mare di Gela. 

Fotografia della Soprintendenza del mare
Da settant’anni, la disciplina che contribuisce significativamente alla ricerca archeologica descrivendone il rapporto tra l’uomo e l’acqua è l’archeologia subacquea, la quale consente non solo il recupero di antichi oggetti sommersi, ma anche il loro studio, portando alla ricostruzione e alla contestualizzazione storica del ritrovamento (intensità degli scambi culturali e dei traffici commerciali, caratteristiche della costruzione navale antica, storie degli uomini che hanno solcato il mare) e la sua integrazione nel patrimonio culturale locale; non ultimo per importanza l’archeologia subacqua si occupa, naturalemente, della loro tutela. 
Questa disciplina permette di offrire al visitatore di musei la visione di reperti provenienti da numerosi giacimenti sommersi quali relitti, opere d’arte e oggetti della vita quotidiana, merci destinate alla vendita e attrezzature di bordo. Esistono sale di musei dedicate ai ritrovamenti marini, come al Museo Archeologico Provinciale “F. Ribezzo” di Brindisi, oppure veri e propri musei tematici sui reperti marini come il Museo del mare e della navigazione antica di Santa Severa, il Museo delle navi romane di Nevi e il Museo Nacional de Arqueología Subacuática di Cartagena (Spagna). Ma vi sono anche itinerari culturali subacquei, ad esempio in Sicilia, la cui fruizione non è riservata ai soli sub professionisti. 
Oggi, in aiuto agli addetti ai lavori, si stanno sviluppando sempre più gli Autonomous Underwater Vehicles (AUV), droni sottomarini che permettono le operazioni di controllo dei siti archeologici sommersi. 

Anche se i manufatti (lapidei, ceramici, metallici e lignei) vengono custoditi per millenni da parte dell’ambiente marino, non sono esclusi dai processi degradativi, la cui natura e intensità dipendono da diversi fattori: la presenza di organismi e microrganismi potenzialmente dannosi, tipologia del fondale, profondità, luce, temperatura, concentrazione di ossigeno e pH. 
Le alghe compromettono fortemente l’integrità dell’oggetto poiché attivano processi di solubilizzazione/perforazione di rocce e ceramiche, e favoriscono la corrosione dei metalli. Nei fondali profondi, invece, la ridotta presenza di alghe, che colonizzano fino a 150-200 m di profondità, comporta l’instaurarsi di un ambiente con minima o nulla presenza di ossigeno, fattore che indubbiamente rallenta i processi ossidativi di degrado, mentre non arresta il proliferare di batteri. Sono noti i fenomeni di corrosione provocati da batteri solforiduttori sulle superfici di manufatti metallici ed erosioni e cavità nella parete cellulare dei manufatti lignei. Questi ultimi sono intaccati anche da alcuni funghi marini lignicoli (solo se presente ossigeno) che portano ai famosi effetti della carie soffice, bianca o bruna. In aggiunta, sulle superfici sono frequentemente presenti concrezioni carbonatiche con inclusioni si sassolini e sabbia. 

Seppur in mare la velocità del degrado sia rallentata rispetto ad un manufatto esposto in un ambiente aperto e urbanizzato, è sempre auspicabile che i reperti siano conservati in luoghi museali idonei e la loro tutela è migliore quando si ha la cooperazione di più figure professionali che hanno come unico scopo la conservazione del patrimonio culturale. 
Concludendo con le parole di Mariottini: "Nel nostro mare ci sono ancora gioielli inestimabili". Un patrimonio sommerso che solo per adesso è dimenticato. 

Bibliografia 
C. Baird et al. (2017) Chimica ambientale. Zanichelli 
G. Caneva et al. (2007) La biologia vegetale per i beni culturali – Vol. I Biodeterioramento e Conservazione. Nardini Editore 

Emanuele

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