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Gli Alimenti come Elementi costitutivi delle opere d’arte

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Quando pensiamo al cibo nell’arte, ci vengono subito in mente i banchetti, le nature morte, il Mangiafagioli di Annibale Carracci o i barattoli di zuppe in scatola di Andy Warhol. 
Ma avete mai pensato a come alcuni alimenti molto comuni nella nostra dieta siano stati utilizzati tal quali, nel corso dei secoli, per dipingere, per tinteggiare i filati o come vernici? Le motivazioni sono varie, alcune intuibili, come ad esempio il colore, altre sono da ricercare più a fondo nella natura chimico-fisica di queste sostanze. 
Il primo ingrediente da nominare è
sicuramente l’uovo. Il tuorlo, infatti, costituito da un’emulsione di proteine, grassi, oli animali e lecitina, un tensioattivo naturale, è un alimento perfetto non sono in cucina, ma anche nella pittura a tempera (c.d. tempera ad uovo). Questo infatti funge da legante idrofilo proteico, ovvero da medium con cui mescolare i pigmenti per ottenere un impasto omogeneo e stendibile. Non si spreca, però, nemmeno l’albume, la parte più proteica, utilizzata per la miniatura dei manoscritti, per gli inchiostri e come preparazione per le dorature. Sempre come legante proteico buona sorte ha avuto anche il latte e una fosfoproteina contenuta in esso, la caseina. 
Il terzo ingrediente da non far mancare nel carrello è l’olio, ma attenzione, non l’EVO. Infatti, questo, nonostante sia il condimento più apprezzato nella dieta mediterranea, non presenta quello che è il requisito base per un legante pittorico poiché non ha proprietà siccative. Più adatti sono invece gli oli di lino e di noce e altri oli vegetali come quello di soia e di cartamo usati come ingredienti per vernici. Il comportamento siccativo trova spiegazione nella forte reattività dei doppi legami presenti negli acidi grassi insaturi (oleico, linoleico e linolenico) contenuti in questi oli, i quali, se stesi in strati sottili, assorbono l’ossigeno atmosferico, coinvolgendolo nella cosiddetta reazione di polimerizzazione ossidativa, che, in tempi abbastanza lunghi, porta alla formazione di una pellicola solida, compatta, elastica e molto resistente. 
Oltre ai già citati, troveremo sulla nostra tavola per dare colore ai cocktail oppure per insaporire i nostri piatti, anche una serie di sostanze colorate di varia origine, molto utilizzati in passato come coloranti naturali per tingere lana, seta e cotone e che potremo ritrovare in alcuni pregiati arazzi. Tra queste vi è il rosso di Cocciniglia, costituito da acido chermesico, carminico e flavochermesico, impiegato a mordente nella tintura di tessuti e come lacca-pigmento nella pittura ad olio. Questo però, per la gioia dei vegani (giacché viene ottenuto macinando il carapace di alcune specie di Coccidi), è usato anche come colorante alimentare (E 120) nel Campari e in altri prodotti, conferendo loro quel bel rosso intenso. 
Tra i tanti, un altro colorante naturale utilizzato in passato per il suo colore simile all’oro è lo Zafferano, costituito dalla crocina, un estere del gentiobiosio. Questo è stato applicato in tempera per le miniature, per ravvivare le dorature e come colorante diretto, quindi senza uso di mordente, per le stoffe, nonché per il rinomato risotto alla milanese.
Giovanni Anselmo,
Scultura che mangia, 1968,
 Parigi, Centre Pompidou
Se nel passato l’uso di queste sostanze è giustificata dalla facilità di reperimento delle materie prime e dall’assenza di prodotti di sintesi specifici per l’uso industriale, con maggiore stupore osserviamo come oggi, nell’arte contemporanea, il cibo sia un materiale da accostare e contrapporre ai più comuni materiali inorganici. Riportiamo a titolo esemplificativo l’opera di Giovanni Anselmo, “Scultura che Mangia” (1968), dove l’artista inserisce un cespo di insalata tra due blocchi di granito. 
Pertanto, con l’ampliamento dei linguaggi espressivi dell’arte, sorgono tutta una serie di interrogativi e nuove definizioni su come e cosa si debba realmente conservare di un’opera d’arte, quando ad essa vengono associati elementi così degradabili.

Martina


Campanella, L.,2007. Chimica per l'arte. Zanichelli.

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