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Cinquanta sfumature di…Blu: l’azzurrite

Tempo fa vi avevamo introdotto nel meraviglioso mondo dei pigmenti blu parlandovi del preziosissimo lapislazzuli . Oggi proseguiamo il viaggio parlandovi dell’azzurrite.

Aggregato di minerali di azzurrite (fonte wikimedia)
L’azzurrite è un pigmento blu naturale minerale noto sin dall’antichità. Composto da carbonato basico di rame 2CuCO3∙Cu(OH)2, sotto forma di pigmento è conosciuto anche come Azzurro della Magna (o d’Alemagna, zona di reperimento dell’azzurrite per gli artisti inglesi). Il nome originale del minerale, invece, deriva probabilmente
dall’arabo al-lazward o persiano lajward, il cui significato è, per l’appunto, colore blu. Nei giacimenti minerari di estrazione, l’azzurrite difficilmente si trovava pura: in natura, infatti, è solitamente associato alla malachite, un altro carbonato basico di rame.

Si hanno notizie dell’utilizzo dell’azzurrite sin dal III millennio a. C. in Egitto. Considerato però dagli Egizi un pigmento instabile, non venne mai utilizzato come tale in larga scala, ma prevalentemente come fonte di rame per la produzione del più noto Blu Egizio . Plinio, invece, chiamava l’azzurrite Lapis Armenium, data la sua provenienza dall’Armenia. Per lo studioso “la migliore è quella che le si avvicina di più (riferendosi alla crisocolla), e ha un colore che stinge sull’ azzurro” [Plinio, XXXV (28)]. Dal XII secolo in poi si iniziò a realizzare azzurrite sintetica, facendo reagire sali di rame e carbonato di calcio: tale pigmento era chiamato Blu Bice o blu turchino.

Per il suo pregio, l’azzurrite veniva spesso contraffatta con l’assai meno caro indaco. Non era raro, però, che l’azzurrite venisse venduta, a sua volta, al posto del ben più costoso pigmento oltremare. La preparazione del pigmento consisteva nella macinazione moderata del minerale: se macinato molto finemente, come descritto da Cennino Cennini nel suo manuale, l’azzurrite perde il suo colore caratteristico e la capacità coprente, producendo una tonalità celeste tendente al verde. La macinatura grossolana, al contrario, produce un colore scuro ma, allo stesso tempo, difficile da stendere e traslucido.

Chimicamente questo minerale è instabile e molto reattivo. A contatto con la calce o con fonti di calore può facilmente trasformarsi in tenorite, un ossido di rame (CuO), rilasciando anidride carbonica: ciò rende l’azzurrite poco affine alla tecnica dell’affresco. Tuttavia, la peculiarità di annerirsi ad alte temperature era sfruttata dagli speziali medievali: per distinguere l’azzurrite dal blu lapislazzuli bastava scaldare un piccolo frammento di minerale fino all’incandescenza; se raffreddandosi fosse diventato nero, lo speziale l’avrebbe classificato come azzurrite, altrimenti come il più pregiato lapislazzuli. Può succedere, però, che il pigmento si alteri verso il nero anche se applicato a secco: infatti l’azzurrite tende a legarsi con i solfuri presenti nell’aria o in altri pigmenti (orpimento, realgar e cadmio), creando solfuri di rame (CuS). La forte affinità in natura con la malachite fa sì che l’azzurrite si trasformi facilmente in un pigmento verde. In effetti, i due minerali differiscono solo per quantità di ioni carbonato presenti (la formula della malachite è CuCO3∙Cu(OH)2). A contatto con l’umidità, l’azzurrite tende a reagire e a perdere proprio quelle molecole che la differenziano dalla malachite.
Per chi ha il coraggio di addentrarsi nei meandri della chimica, la reazione che si sviluppa è quella di decarbonatazione:

2{2CuCO3∙Cu(OH)2}+ H2O → 3{CuCO3∙Cu(OH)2} + CO2

Una volta innescata, la reazione si protrae a lungo e si spinge in profondità. Per di più quando azzurrite e cloruri si trovano nello stesso ambiente, il pigmento subisce un’alterazione virando al verde: prenderà così il nome di atacamite, un cloruro di rame (Cu2Cl(OH)3).

Tra gli esempi più eleganti e imponenti dell’utilizzo di questo splendido pigmento, vi è sicuramente la Cappella degli Scrovegni di Padova. Costruita tra il 1303 ed il 1305, fu dipinta da Giotto nei 5 anni successivi con le “Storie della Madonna e di Cristo”. La volta azzurra rappresenta un cielo stellato, all’interno del quale l’artista ha incastonato cinque tondi raffiguranti la Madonna con Bambino, il Cristo Redentore ed i Profeti.
Cappella degli Scrovegni di Padova, interni ad opera di Giotto
(fonte wikimedia)

A causa dell’incuria delle famiglie proprietarie, nel tempo crollarono il portico frontale ed il palazzo eretto da Enrico Scrovegni: in questo modo la Cappella è stata per anni priva di protezione sul lato sinistro e sulla facciata. Grazie all’acquisto del Bene da parte del Comune di Padova nel 1881, le opere di Giotto non sono andate perse, nonostante il forte degrado subito dagli affreschi. Ricerche, studi, indagini scientifiche e diagnostiche nel corso degli anni hanno avuto come finalità quella di rallentare il degrado e di impedire la perdita totale e definitiva del capolavoro giottesco. Ad oggi la Cappella è fruibile al grande pubblico attraverso una prenotazione: nonostante tutto, l’azzurrite ce l’ha fatta!

Melania

Bibliografia:

  • C. Cennini," Il libro dell'Arte" a cura di F. Frezzato, I Colibrì, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2009
  • M. Matteini, A. Moles, "La chimica nel restauro. I materiali dell'arte pittorica", Nardini Editore, 2007
  • Plinio il Vecchio, " Storia naturale. Vol. 5: Mineralogia e storia dell'Arte. Libri 33-37", tradotto A. Corso, R. Mugellesi, G. Rosati, Einaudi Editore, 1988
  • N. Bevilacqua, L. Borgioli, I. Adrover Greacia, "I pigmenti nell'arte. Dalla preistoria alla rivoluzione industriale", Collana I Talenti, Il Prato Editore, 2010
  • P. Ball, "Colore, una biografia", BUR Saggi, Rizzoli, 2010
  • G. C. Argan "Storia dell'arte italiana 2", Sansoni Editore, Firenze, 1977
  • G. Bora, G. Fiaccadori, A. Negri, A. Nova, "I luoghi dell'arte. Storia opere percorsi 2", Electa, Bruno Mondadori, 2005

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