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Materiali culturalmente sensibili: studio ed esposizione di resti umani

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Ai lettori assidui di questo blog sarà ormai chiaro quanto ampio e diversificato sia il mondo della diagnostica applicata ai beni culturali. È altrettando chiaro che ogni bene culturale è unico e irriproducibile e che il diagnosta deve sempre tenerne conto nel momento dello studio al fine di garantirne la sopravvivenza sia nella materia di cui è costituito sia nel messaggio artistico e/o storico di cui è portatore. Oggi introduciamo un particolare gruppo di beni culturali per il quale è doveroso
assumersi ulteriori premure e perciò considerato come una categoria a sé stante. Queste attenzioni sono di natura etica e la categoria è denominata materiali culturalmente sensibili, regolamentata dall’International Council of Museums (ICOM). A questa categoria appartengono i resti umani. Vi starete probabilmente chiedendo: come?

I resti umani sono considerati beni culturali? La risposta è: sì. Non qualsiasi resto umano ovviamente, ma certamente lo sono quelli studiati ed esposti dai musei (accademici e non) a cui appartengono o con valenza di bene archeologico (rinvenimento da scavo) o come strumento scientifico (preparati anatomici, antiche collezioni antropologiche e di medicina, ecc...). Non è compito facile per il museo e per le figure che vi lavorano, tra cui il diagnosta, avere a che fare con i resti umani; l’ICOM, nel suo Codice Etico, ammonisce: “Le collezioni di resti umani […] devono essere acquisite solo se possono essere collocate in luogo sicuro e trattate con rispetto. Ciò va fatto in conformità con gli standard professionali e con le credenze e gli interessi, se conosciuti, dei membri delle comunità, dei gruppi etnici o religiosi da cui gli oggetti provengono.” (ICOM, 2009). Tale premura nasce dalla consapevolezza condivisa di stare maneggiando, ancor prima di un ritrovamento archeologico o di uno strumento scientifico, un essere che un tempo ha mangiato, parlato, pensato, vissuto.

Come può il pubblico accogliere lo studio e la musealizzazione dei resti umani? Immaginiamo la reazione del singolo: la sua storia personale lo porta ad interrogarsi e a reagire di fronte al resto musealizzato, innegabilmente legato alla sfera della morte, con angoscia, fastidio, avversione, o con curiosità e attrazione per l’accesso ad una dimensione che, per diversi motivi, rimane difficilmente comprensibile. Immaginiamo ora quella di intere comunità religiose e culturali: le loro credenze e i loro bisogni li portano a presentare delle richieste certamente lecite ma spesso in contrasto con le necessità di studio e comunicative del museo.
Le dinamiche devono essere entrambe considerate nel momento dello studio e della musealizzazione dei resti umani. Si è arrivati a tale conclusione solo recentemente, in seguito alle forti richieste di restituzione delle popolazioni indigene degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda, nate nelle ultime decadi dello scorso secolo, per la rivendicazione dell’identità culturale delle stesse popolazioni indigene.
Oggi le richieste di rimpatrio riguardano anche le collezioni storiche e scientifiche dei musei occidentali, tra cui quelli italiani. La risposta più efficace è una museologia di collaborazione tra esperti scientifici ed esponenti culturali. I resti umani sono una fonte inestimabile di informazioni sugli stili di vita (dieta, stato di salute, economia e spostamenti migratori) delle popolazioni umane antiche. La mancanza di cura nel loro trattamento e nell’ascolto delle richieste delle comunità a cui il resto appartiene può solo portare ad un catastrofico depauperamento delle preziose collezioni museali. Lo studio e la musealizzazione dei resti umani deve assolutamente verificarsi adoperando le maggiori precauzioni nel rispetto del singolo visitatore, delle diverse comunità etniche e religiose e del resto umano stesso.

Spero con questo articolo di avere acceso la vostra curiosità nei confronti di un bene culturale per certi versi anomalo ma estremamente prezioso per la ricostruzione della nostra storia.

A presto! …con approfondimenti sulle indagini d’avanguardia applicate su resti umani scheletrici e non. :-)

Sil


Per i più interessati:

- Giacobini G., 2011 - Una minaccia per le collezioni di antropologia biologica (e non solo). Museologia Scientifica, 5 (1-2): 8-10.

- ICOM, 2009 - Code of Ethics for Museums. http://www.icomitalia.org/images/documenti/codiceeticoicom.pdf

- Joint Committee ANMS/AAI (Associazione Nazionale Musei Scientifici and Associazione Antropologica Italiana), 2011 - Documento sulla questione della richiesta, presentata dal Governo Australiano, di restituzione di resti scheletrici umani provenienti dal territorio Australiano conservati presso la Sezione di Antropologia ed Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Museologia Scientifica, 5(1-2): 11-21.

- Monza F., 2014 - Esporre i resti umani: un problema tra ricerca, etica e comunicazione. Il caso britannico. Museologia Scientifica Memorie, N. 11: 241-244.

- Pinna G., 2011- I diritti dei popoli indigeni e la museologia di collaborazione. Museologia Scientifica, 5(1-2): 28-52. Turner T.R. (ed.), 2005 - Biological anthropology and ethics: From repatriation to genetic identity. SUNY Press.

- Turner T.R. (ed.), 2005 - Biological anthropology and ethics: From repatriation to genetic identity. SUNY Press.

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