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Cinquanta sfumature di…Blu: il Lapislazzuli


» “La mia pittura morta difendi orma', Giovanni, e 'l mio onore, non sendo in loco bon, né io pittore.” 
Michelangelo Buonarroti, Sonetto 5

Spettro Raman della Lazurite,
Credits: Ruff.info
Nella frase conclusiva del Sonetto 5, Michelangelo chiede di difendere la sua pittura, riferendosi alla Cappella Sistina, non sentendosi degno di essere chiamato pittore. Un passo la cui autenticità per alcuni è dubbia ma che sicuramente può aiutare a riflettere sulla grandezza del
genio di Michelangelo.
Parlando del grande artista fiorentino non si può non pensare, infatti, all’incredibile bellezza della Cappella Sistina con il suo Giudizio Universale. La storia dell’esecuzione di tale grandiosa opera d’arte, di fatto unica nel suo genere, è di indiscusso interesse e vi invito a consultare i libri di storia dell’arte che hanno trattato l’argomento (vedi bibliografia). Tra le vicende peculiari che hanno interessato la realizzazione dell’affresco vi è, senza dubbio, quella riguardante l’uso del lapislazzuli.
Se esistesse una gerarchia reale tra i colori, il lapislazzuli sarebbe il Re dei Blu: era così costoso da essere spesso falsificato oppure usato in quantità talmente minime da doverlo mescolare con altri pigmenti. La causa dell’elevato costo, ieri come oggi, non era solo relazionato alla sua immensa bellezza, un blu intenso difficilmente riproducibile da altri minerali, ma anche alla difficoltà di reperire la materia prima, la quale seguiva una ben precisa rotta commerciale: la via del lapislazzuli.
Ma da cosa si ottiene questo colore così desiderato da Michelangelo da far sborsare a Papa Paolo III fior di quattrini?
Il lapislazzuli è il nome comune del minerale Lazurite (dal persiano “lazhward”, blu) il quale si trova spesso in associazione con altri minerali (come pirite, flogopite, calcite, pirosseno e vari silicati) e che, di conseguenza, ha una complessa formula chimica che si può sintetizzare come: (Na,Ca)8[Al6 Si6 O24](Sn -, S2- , SO4 2- , Cl- )1-2. La Lazurite si può trovare facilmente associata con il minerale Hauyna, il quale ha praticamente la stessa formula chimica e si differenzia solo per la presenza dominante di solfati. Non è difficile immaginare che l’ambiente di formazione di tali minerali sia estremamente complesso, vista l’incredibile ricchezza della loro formula chimica: il calcare subisce un processo metamorfico-metasomatico per il passaggio di fluidi vulcanici e, dunque, il metamorfismo di contatto avviene per via di un contatto tra magma e calcare.
La Lazurite in opera è facilmente riconoscibile dalla ricchezza del suo colore: tuttavia, fra le tecniche scientifiche volte al suo riconoscimento sono adoperate la diffrattometria su polveri (XRD), la microscopia ottica, la microscopia elettronica a scansione (SEM), la microsonda e la spettroscopia Raman (Cos’è la Raman? Clicca qui per maggiori informazioni).
In antichità, probabilmente, le uniche fonti di approvvigionamento della materia prima erano le cave del Palmir e quella Afgana di Sar-e-Sang. Da quest’ultima partiva la sopra citata “Via del lapislazzuli”. Tuttavia, tale cava era difficilmente raggiungibile e il lavoro di estrazione lungo e difficile: ecco uno dei principali motivi dell’elevato costo del pigmento. In un articolo del 2006, Ballirano e Maras (Sapienza, Università di Roma) hanno lavorato su frammenti del Lapislazzuli della Sistina per giungere ad una ipotesi di provenienza (riferimento in bibliografia).
La lazurite, prima di poter diventare il pigmento che tutti conosciamo, doveva essere finemente lavorata per eliminare tutte le impurezze, in particolare quelle relative alla pirite: ecco un altro motivo che faceva lievitare il costo del pigmento. Bisogna dire, però, che una volta utilizzato, esso risultava essere incredibilmente stabile nel tempo. Ciò è dovuto alla complessa mineralogia della Lazurite, facente parte della classe dei silicati (sottoclasse tettosilicati, gruppo dei feldspatoidi) che lo rende resistente agli attacchi chimici più aggressivi.
Nel caso del Giudizio di Michelangelo, inoltre, la tecnica ad affresco ne ha persino valorizzato il colore e la lucentezza, cosa che nelle tecniche ad olio o a tempera non sempre accade. La questione sulla pulitura di quest’opera d’arte meriterebbe un post a parte, ma posso limitarmi a dire che tutto ciò che vi era depositato sulla superficie (sporco dovuto al passare del tempo, alle candele, al riscaldamento, ai visitatori e varie interazioni della superficie con l’ambiente circostante) non ha praticamente alterato il colore del Blu Oltremarino, se non in alcuni punti ristretti in cui si è individuata la possibile “Malattia d’Oltremare”. Tale alterazione, però, risulta ancora in parte inspiegata: non si sa se sia dovuta ad una pulitura antica con liscivia o se in quelle zone dell’affresco non fosse neanche presente il lapislazzuli.

Oggi il lapislazzuli è considerato una pietra ornamentale, un gioiello che mantiene ancora prezzi elevatissimi. La scienza, naturalmente, è riuscita a sintetizzare l’Oltremare artificiale, il quale conserva le caratteristiche ottiche del lapislazzuli originale, abbattendone, in parte, i costi. Forse, anche se disponiamo di mezzi di approvvigionamento ben più semplici di quelli di cui si disponeva ai tempi di Michelangelo, difficilmente saremmo in grado di riprodurre quella intensità espressiva che l’artista ha consegnato alla storia dando l’ultima pennellata al Giudizio nel 1541.

Francesca


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